Risparmi dei Sardi e investimenti.

Qualche riflessione sulle banche.

Della bella intervista che il direttore Emanuele Dessi ha fatto al direttore generale del Banco di Sardegna, mi è rimasto impresso un dato: Il Banco di Sardegna raccoglie in Sardegna 20 miliardi di euro e ne impiega 7 cioè solo il 35%.

Non conosco esattamente i dati di altre banche localizzate in Sardegna ma, leggendo qualche intervento di esperti, la percentuale impieghi depositi appare di gran lunga inferiore a quella generalmente registrata.

I sardi dunque sono risparmiatori accaniti e li conservano nelle casseforti degli istituti di credito, a partire dalla Banca “locale”, tra l’altro titolare del servizio di tesoreria assegnatole della Regione Sardegna, ma poi non riescono a fruire del ritorno di questo risparmio a favore di investimenti in loco.

Ci si potrebbe e dovrebbe domandare come mai una parte molto consistente del risparmio “sardo”, tra l’altro probabilmente poco remunerato, vada a finire altrove, contraddicendo all’assioma “le banche locali raccolgono in loco ma poi, fatte salve le dovute diversificazioni, investono in loco”.

Ed invece questo non accade e il risparmio dei sardi viene utilizzato altrove, e speriamo con benefici effetti che però non ricadono su di noi.

È vero che, secondo gli esperti, il risparmio esercita sempre di meno la funzione primaria di finanziamento dell’economia reale ma il rapporto appare, in questo caso, molto squilibrato rispetto ad altre banche nazionali che, sempre secondo statistiche accurate, registrano un rapporto impieghi depositi(raccolta) ben più basso delle banche europee (tedesche e francesi).

Quindi le banche italiane hanno un rapporto impieghi/raccolta più basso delle omologhe europee, ma il Banco di Sardegna è ancora più in basso.

Insomma, fatte le necessarie distinzioni, si potrebbe affermare, in analogia e mutuando quanto evidenziato spesso dall’Unione Sarda sul tema delle rinnovabili, che la produzione di energia e in questo caso del risparmio, in Sardegna aumenta senza però poi che questo vada a diretto e maggiore vantaggio del popolo sardo.

La Regione sarda potrebbe fare qualcosa anche in considerazione del fatto che l’articolo 4 dello Statuto Sardo, tra le sue competenze, elenca anche quelle sulle banche.

Certo non in termini autoritari perché sarebbe impossibile, ma con politiche di indirizzo e di incentivazione dirette verso le banche, in questo caso il Banco di Sardegna, ma anche verso i sardi, notoriamente prudenti e forse pigri nell’investire.

Da sempre il Banco di Sardegna è stato citato come un gioiello per la Sardegna, ma avere una “grande” banca sarda varrebbe poco se, accanto al positivo sviluppo dell’Istituto di Credito, non vada di pari passo la crescita della Regione Sardegna e la soluzione dei suoi atavici problemi economici e sociali.

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