Terra Santa
Anno 2009 in terra santa con i Padri Domenicani di Cagliari. Israele, Egitto, Giordania, Gerusalemme, Amman, il deserto di Lawrence d’Arabia, Petra, scorrono nella memoria. Ma all’interno del viaggio abbiamo avuto la “fortuna” di salire sul Monte Sinai, partendo a piedi, all’una di notte e arrivando alle quattro, ed il privilegio di ascoltare la Messa e di vedere l’alba. Con la guida di un palestinese “Mosè” che ci ha aiutato nel cammino non facile e con forte pendenza. Un’emozione e un ricordo bellissimo e indelebile. Il periodo era relativamente tranquillo anche se sul bus c’era la guardia armata e per passare le frontiere i controlli erano severi e minuziosi. Il viaggio, oltre all’aspetto religioso, ci ha consentito di assaggiare la vita in quella nazione tanto straziata da guerre e attentati. Per andare a lavorare da Betlemme a Gerusalemme, distanti pochi chilometri, i palestinesi erano costretti ad un viaggio avventuroso di 5 ore con tanti checkpoint di soldati israeliani, il muro. Poi il ricordo dei militari con mitra spianato sul bus per controllarci, per rammentarci che era comunque una zona di guerra con la percezione di diffidenza e sospetto da parte loro anche verso un bus carico di anziani. Già da allora una situazione non facile per il popolo palestinese e anche per quello israeliano. Mi immagino ora. Distruzione, desolazione, deportazione, fame e tanti morti uccisi tra i Palestinesi, insicurezza e dolore per gli ostaggi per gli israeliani. Dice la Meloni: non c’è proporzione tra i morti causati dal drammatico raid del 7 ottobre e le uccisioni di civili e bambini nella striscia di Gaza, come se fosse accettabile anche una sola vittima civile in nome della vendetta (in Palestina, in Ucraina, in Nepal o altrove). Che dolore sapere che la Terra santa, luogo di incontro di popoli, culture, civiltà, razze e religioni diverse, meta esistenziale per i credenti delle religioni monoteiste, sia diventato un posto dove si ammazzano tante persone, dopo averle pure affamate e deportate. Oggi più che nel passato. Perfino l’Onu parla ormai di genocidio e noi facciamo poco o niente per fermare questa barbarie. Trump soffia sul fuoco e dà il via libera alle atrocità, riservandosi di trasformare la striscia in una spiaggia a pagamento, dopo aver esiliato dalle loro case i Palestinesi che in un esodo biblico fuggono verso chissà quale luogo. Israele forse perché teme per la sua esistenza o forse per brama di espansione, bombarda a destra e sinistra con una potenza di fuoco inarrivabile. Lungi dall’accrescere la propria sicurezza, si crea ulteriori nemici e futuri terroristi e risposte militari, anche se per ora rintuzzate. Come si fa a pensare di stare in guerra per sempre. Ma dove trovano tutte queste armi e questi soldati? C’è la complicità dell’Occidente. Ma vorrei anche sapere se per caso la Federazione russa o la Cina o il mondo arabo si sta impegnando per far cessare la carneficina. Silenzio assoluto? O magari sono i giornali che non ne parlano. Ha ragione il comico Giacchetti che in questo caso è molto serio. Questa non è una guerra perché c’è sproporzione abissale tra chi attacca e chi viene attaccato, invaso, esiliato. Non è questione di antisemitismo, che va bandito dalla nostra civiltà. È una osservazione della realtà. Forse dovremmo dare retta alle teorie che vanno per la maggiore per le guerre d’oggi? Che si parli di Ucraina o Medio Oriente. Dovremmo dire ai palestinesi: ritiratevi perché Israele è più forte e anche agli Ucraini, arrendetevi perché Putin è più forte. È triste. Nessun organismo sovranazionale riesce a contenere la prepotenza degli Stati più forti. Se guardiamo a chi comanda nel mondo, vediamo che si tratta di vecchi che però sono attaccati al loro potere (Trump, XI XI Ping, Putin etc.) Una volta la vecchiaia era sintomo di saggezza ma oggi? Siamo al termine della nostra esistenza e questa è l’eredità e il destino amaro che stiamo lasciando ai nostri figli? Non dobbiamo, non possiamo stare zitti finché avremo voce e cervello funzionante e dimostrare sia pure dalla nostra comoda poltrona di occidentali ben nutriti, la solidarietà per tutti gli aggrediti e gli oppressi e non a corrente alternata. Non tutti possono avere il coraggio di imbarcarsi su una nave e portare aiuto ai palestinesi o salire su un convoglio umanitario in altre nazioni, ma in noi rimane l’ammirazione per chi compie atti di generosità. Il buon Samaritano, di fronte all’aggredito, lo assiste, lo aiuta e non gira la faccia per mantenere agi e comodità come spesso facciamo.

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