DISOCCUPAZIONE E INATTIVITÀ (F.Carta)
L’ISTAT comunica che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, il tasso di occupazione va al 62,6%, il tasso di inattività sale a 33,5%. Il Governo e la sua maggioranza esultano di fronte alla discesa del tasso di disoccupazione, i giornali titolano “disoccupazione ai minimi storici”, ma, secondo molti analisti, questa diminuzione non dipende “dall’aumento del lavoro ma dalla fuga dal mercato del lavoro” e quindi sarebbe un dato paradossalmente negativo. I commenti dei sindacati muovono critiche alla debolezza della qualità del lavoro, ma anch’essi rimarcano che il tasso di disoccupazione è il più basso da sempre.
Per uscire dagli schemi propagandistici e farmi un’idea obiettiva, ho preso le mosse dalla lettura del Glossario” dell’ISTAT che spiega il significato del concetto di disoccupati, specificando che sono tali, tecnicamente, coloro che non hanno lavoro ma lo cercano attivamente, secondo i canoni indicati dall’ISTAT. Per stabilire il tasso di disoccupazione ci si deve riferire al rapporto tra i disoccupati (così definiti) e le Forze lavoro la cui entità è data dalla somma tra i disoccupati e gli occupati, relativamente all’età di 15- 74 anni. Dunque a fronte di 100 “forze lavoro” ci sono in Italia 5,7 disoccupati.
L’Istat però segnala anche che Il tasso di inattività è in aumento ed è giunto fino 33,5% della popolazione di riferimento (sempre 15/74 anni). Gli inattivi sono coloro che, oltre a non lavorare, non cercano neanche un lavoro.
È un dato molto negativo perché certifica l’esistenza di una massa di persone sfiduciate e che sanno che, pur cercando lavoro, non lo troverebbero o lo troverebbero con retribuzioni talmente basse, da renderlo quasi sconveniente. Non si tratta di persone che non hanno voglia di impegnarsi ma che purtroppo hanno registrato l’inutilità della ricerca di lavoro.
Non si può dimenticare che molto spesso gli imprenditori lamentano di non trovare mano d’opera e che l’inattività certifica la staticità della nostra società, a prescindere dagli incensamenti autoreferenziali del Governo o da giudizi superficiali.
Se per esempio il tasso di inattività scendesse dal 33,5 al 23,5 ( -10%) vorrebbe dire che più persone sono ottimiste e cercano un lavoro, passando da inattivi a disoccupati.
Con un calcolo grossolano ma verosimile, se questo 10 lo aggiungessimo al numeratore (disoccupati) e la stessa cifra ovviamente anche al denominatore (forze lavoro), il tasso di disoccupazione lieviterebbe verso l’alto.
Ma se si realizzasse questo risultato, la situazione sarebbe migliore perché descriverebbe un mercato del lavoro più dinamico.
Per questo motivo c’è poco da rallegrarsi, con l’aggravante che molte volte il lavoro offerto è scarsamente pagato o part-time e mantiene molti lavoratori tra i poveri relativi, se non assoluti.
Infine, per un aumento reale dell’occupazione, ci vorrebbe un aumento del PIL consistente cosa ben lontana, purtroppo dalla realtà.
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