CNEL E SALARIO MINIMO
Vorrei premettere che ha ragione chi dice che il lavoro povero ed i bassi salari non si combattono solo con l’introduzione anche in Italia di una disposizione di legge che regolamenti il salario minimo. Del resto, anche l’abolizione della povertà, reclamizzata con l’introduzione del reddito di cittadinanza, pur necessario e utile, purtroppo non si è realizzata ed i poveri assoluti e relativi invece sono aumentati per effetto della pandemia, della guerra e della speculazione che ha favorito un’inflazione che colpisce soprattutto le fasce deboli.
Il part time “obbligato” o falso, le poche ore lavorate nella settimana, il lavoro nero e la presenza in famiglia di uno o più redditi sono fattori che incidono sulla povertà individuale e familiare.
Tuttavia l’introduzione del salario minimo per legge sarebbe importante per quei tanti lavoratori pagati pochissimo che esistono, nonostante la copertura della contrattazione, ampia ma non sufficiente a garantire i settori più deboli del mondo del lavoro, spesso privi di reale rappresentanza sindacale.
Personalmente sono favorevole dunque al salario minimo per legge che non scalfisce affatto la contrattazione, ma anzi potrebbe rafforzarla come del resto fa ogni norma di legge sul lavoro.
L’errore delle organizzazioni sindacali è duplice: da un lato quello di essersi fatta scippare l’iniziativa dai partiti di opposizione che, giustamente, puntano su un problema molto sentito dai lavoratori e dall’opinione pubblica (non si dimentichi che un recente sondaggio dava per favorevoli al salario minimo per legge moltissime persone pur votanti per i partiti di destra).
E’ ancora più grave aver consentito alla Presidente del Consiglio di nascondersi dietro un organismo costituzionale, come il CNEL che, non gode certo di buona stampa peraltro e che si è salvato dalla abolizione, solo per essere nascosto nelle pieghe del referendum renziano, poi fallito.
Intanto la spaccatura dentro un organismo di tal fatta tra i rappresentanti sindacali è un fatto negativo e, credo, piuttosto inedito. In secondo luogo è evidente il tentativo della Meloni e del suo Governo di trincerarsi dietro pareri che al più possono essere consultivi e non possono certo sostituire la contrattazione tanto cara alla CISL ma anche a CGIL e UIL.
Ma se già ci sono dubbi sul merito del documento del CNEL, a cui capo c’è Brunetta famoso nel campo del lavoro solo per la sua avversione ai lavoratori del pubblico impiego, ancor di più dunque ci deve essere preoccupazione per il metodo.
Ci potrebbe essere il rischio che ogni qual volta il Governo (questo o un altro di diverso segno) sia contrario ad una proposta “sindacale” o di partito, ricorra al CNEL dove si potrebbe raggiungere una maggioranza di voti che faccia da sponda a se stesso.
Insomma, basterebbe rivolgersi al CNEL e non ci sarebbe più necessità dei tavoli sindacali con il Governo e le parti sociali che sono il sale della sussidiarietà e della democrazia e che in passato hanno costruito accordi di grande valore che, spesso, hanno imposto i loro contenuti anche al Parlamento. A mio avviso, perciò i sindacalisti, al’interno del CNEL, si sarebbero dovuti perlomeno astenere su una proposta apparentemente motivata dal punto di vista tecnico giuridico ma in realtà strumentale e figlia di una ben precisa impostazione politica.
Del resto la storia dovrebbe insegnarci qualcosa e qualcuno ricorderà che in Sardegna esisteva il CREL (una sorta di CNEL sardo), abolito poi per presunti e inesistenti eccessi di spesa!!! Ebbene, anni fa quando ne facevo parte, ci fu un tentativo di scavalcare il sindacato forse scomodo, presentando la manovra di bilancio regionale prima al CREL che alle segreterie unitarie confederali. Tentativo per fortuna sventato dalle forze sindacali ma che probabilmente costò la soppressione di quell’organismo, che non si era potuto usare come cavallo di Troia.
Fabrizio Carta (19/10/2023 Cagliari )
Pubblicato sul giornale Unione Sarda il 20 ottobre 2023
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