Tanti parlano della difesa del ceto medio. Il governo sostiene che doveva farlo e che “i poveri” sono stati aiutati negli scorsi anni, perché la manovra sulle aliquote fiscali è iniziata due anni fa, con la riduzione del numero delle aliquote da 4 a 3. Vediamo.
Il Governo ha ridotto del 2% (da 35% a 33%) la seconda aliquota per i redditi annui lordi tra 28 mila e 50 mila euro. Chi si trova in questa fascia avrà dunque un vantaggio di 2% per ogni mille euro di reddito in più. Si andrà dai 20 euro annui per chi percepisce 29000 annui (diviso 13= 1,53 euro mensili) fino a 440 euro annui per chi percepisce redditi di 50000.
Questo piccolo vantaggio si ripercuote, naturalmente a favore anche dei redditi più alti. Essendo le tasse progressive per la parte fino a 50000 anche chi percepisce fino a 200000, avrà un vantaggio di 440 mensili che per quei redditi sono veramente insignificanti, ma comunque pagati in meno al fisco.
Sono andato a pagare l’assicurazione auto ed ho speso 45 euro in più, pur ricadendo in una convenzione protetta. Mi è arrivata l’ultima bolletta Enel e sommandole (compreso il canone TV) ho pagato 157 euro in più rispetto all’anno precedente. Tralascio le altre fatture mediche o le spese al supermercato perché è difficile fare un paragone. Per la TARI ho risparmiato circa 25 euro, ma questo è avvenuto perché abito a Cagliari, dove la TARI è storicamente elevata, ma mi risulta che in altre città questa cifra è aumentata. Aspetto con ansia moderata la perequazione della pensione INPS, ma le attese non sono certo messianiche. Dal semplice calcolo dare avere ci sto perdendo. E faccio parte del ceto medio.
in ogni caso, tutte le riduzioni di aliquote anche quelle delle prime, si sono ripercosse non solo a favore dei poveri (quelli sotto i 28 mila euro annui), ma di tutti i contribuenti, compresi quelli che guadagnano 200000 euro annui, in quanto le aliquote sono progressive e anche chi guadagna più di 50000 ne ha tratto beneficio.
Infine, si deve tenere conto dell’inflazione che non è altissima, ma riduce il valore reale delle retribuzioni e delle pensioni e che fa entrare in funzione il fiscal drag, cioè il fenomeno che fa scattare l’aliquota a chi si trova per esempio, a percepire 27000 euro, ed ha un aumento derivante dal rinnovo contrattuale (che recupera solo una parte dell’inflazione passata) che vedrà la sua aliquota passare da 23 % al 33% sulla somma marginale, con l’effetto di avere solo un aumento nominale ma non reale. Solo un adeguamento annuale, commisurato all’inflazione, delle soglie di reddito potrebbe salvare pensioni e stipendi dalla mannaia dell’inflazione e garantire il valore reale tempo per tempo. Ma questa forse è utopia.
Se il Governo ed i suoi mentori pensano di aver assolto all’impegno di aver migliorato la qualità della vita del ceto medio (intendendo chi paga le tasse ed è nella fascia 28/50 mila), si potrebbe usare la frase del poeta De Andrè “anche se vi credete assolti, siete tutti coinvolti”.
Cagliari 12/11/2025
Fabrizio Carta

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