Informazione e controinformazione

Informazione e controinformazione

Una fuga di notizie dall’interno della Cisl Sardegna, tutta da verificare, sta portando alla ribalta un progetto poco conosciuto. Nonostante lo Spirito Santo, anche dai conclavi emergono indiscrezioni. Appare ovvio che salti fuori qualcosa, a maggior ragione, dalle riunioni sindacali più ristrette dove si parla di argomenti importanti e determinanti per la sorte della CISL.

Non è uno scandalo, anzi, su certi argomenti andrebbe incoraggiata e organizzata una discussione pubblica, in tutte le strutture a partire dai territori.

Questa premessa serve per introdurre l’argomento: di abolizione delle Unioni Sindacali Territoriali, o meglio di chiusura di qualcuno di essi si era già discusso dentro la Cisl Sarda, diversi anni fa, durante la segreteria di Bonanni. L’esecutivo regionale respinse dopo dibattito lungo e responsabile ogni decisione in merito, pur sollecitata dalla Confederazione.

Confermò l’assetto storico, nella radicata convinzione che la fondamentale vicinanza ai lavoratori e ai pensionati, nel territorio, dovesse essere supportata da strutture elettive, veramente rappresentative.

Ora, parrebbe, ma non c’è conferma ufficiale, che si voglia procedere ad una regionalizzazione, valendosi di alcuni articoli del regolamento di attuazione dello Statuto dalla numerazione che ricorda quei numeri civici ripetuti, bis, ter quater. Una numerazione che fa capire che si tratta di norme aggiunte se non intruse, in contrasto con lo spirito e la lettera dello Statuto confederale.

L’articolo 65 bis recita: “I consigli generali/comitati direttivi delle USR/USI con meno di 200.000 iscritti possono deliberare la fusione di tutte le UST presenti in quella Regione per la costituzione della USR regionalizzata. I Consigli generali delle UST, entro 60 giorni, dovranno recepire, con apposito atto, la deliberazione del Consiglio regionale.”

L’articolo 65 ter specifica le competenze trasferite alle USR che hanno regionalizzato, mentre il quater stabilisce le articolazioni e le modalità di “individuazione” dei componenti dei coordinamenti, di fatto eliminando una parte del percorso congressuale, consentendo solo la votazione per i regionali ed eliminando le strutture territoriali come organismi di valenza congressuale. Si rimanda alla lettura degli articoli 65 ter e quater per meglio comprendere la rilevanza dei trasferimenti di competenze e poteri che derivano dall’ipotesi della regionalizzazione.

Un assetto che stravolge i principi cardine della nostra confederazione, per come è nata e per come ha svolto la propria attività. O forse si dirà: sono posizioni novecentesche??

Se realizzato, questo programma porterebbe all’accentramento di funzioni, ruoli, risorse, proprietà di immobili, con ovvio accorciamento della catena del comando che sembra funzionale ad una postura che spesso le segreterie hanno assunto negli ultimi anni.

La soppressione non di una o poche UST ma di tutte, porterebbe di fatto all’abolizione di tutte le strutture territoriali di categoria che, non per scelta propria ma imposta, diventerebbero una mera propaggine dei rispettivi regionali, che opererebbero senza nessuna legittimazione elettorale, ma su semplice mandato dei “superiori”.

Una decisione di tal fatta sarebbe contradditoria con quanto solennemente affermato dai nostri segretari. Nel mentre si critica lo Stato per il ritiro o la chiusura dalle periferie di uffici postali, agenzie bancarie, servizi sociali, ospedali, presidi di cura, scuole, caserme dei carabinieri, all’interno della Cisl si opera in senso opposto.

Non solo, mentre nei convegni pubblici si chiede a gran voce il ridimensionamento dei poteri della Regione, con cessione di funzioni e ruoli a Province, Territori, Comuni, nella USR si farebbe l’esatto contrario, con una palese contraddizione.

Peraltro, di questo progetto, non si trova traccia in nessuna mozione o ordine del giorno congressuale.  Si corre il rischio di copiare gli aspetti deteriori dei partiti: per farsi eleggere, si dice una cosa e quando “si governa o comanda” se ne fa un’altra.

Ma quali sarebbero le motivazioni per le quali la Cisl sarda vorrebbe una regionalizzazione completa?

  • In Sardegna nella Cisl diminuiscono gli iscritti e diminuisce la popolazione.
  • È necessario dunque ridurre anzi eliminare le UST per ragioni di risparmio e di riduzione dei costi, limitando drasticamente perciò i momenti congressuali e i luoghi dove, dopo una libera discussione, si passa alle elezioni dei consigli generali e poi delle segreterie.
  • L’unica struttura che verrebbe eletta è quella regionale che poi a sua volta nominerebbe i rappresentanti nelle zone (le AST) che non saranno strutture congressuali.

Questo è lo scenario che, a parte le probabili rassicurazioni del vertice per “sopire” eventuali critiche, in realtà cambierebbe completamente il DNA della Cisl e cancellerebbe momenti di storia gloriosa di una Cisl Sardegna, forte della sua tradizionale autonomia organizzativa e culturale.

Tali motivazioni assomigliano più a ragionamenti aziendalistici o ragionieristici che, in genere, come sindacalisti contestiamo nelle vertenze aziendali.

Ma verifichiamo se sono vere.

Si dice che da dieci anni si perdono iscritti e questo, se accostato alle dichiarazioni entusiastiche sui giornali che narrano di una costante crescita, o alle continue incensazioni autoreferenziali sui social, pare perlomeno una sconnessione con la realtà.

Come si concilia il fatto che si rilascino ai giornali interviste dove si declamano, a tutti i livelli, successi straordinari nel proselitismo e poi si invochi una presunta diminuzione degli iscritti, per giustificare progetti di ridimensionamento così estesi?

Da una verifica effettuata, su venti regioni, sarebbero ben 12 quelle con meno di duecentomila associati. Tenendo da parte la Basilicata, il Trentino, gli Abruzzi e Molise e l’Umbria notoriamente poco popolati e con pochissime province, o la Valle d’Aosta che ha una sola provincia, solo le Marche, con circa 150000 iscritti, sono ricorse a questa soluzione.

La Calabria con 126000 iscritti, il Friuli con 105000, l’Alto Adige con 55000, la Liguria con 122000 tutte meno della Sardegna, mantengono le UST.

Rispetto a queste la Sardegna non solo ha una popolazione ed un numero di iscritti superiore ma, soprattutto, ha due città metropolitane e sei province, fortemente volute anche dal sindacato ed una superficie di 24000 chilometri quadrati, che ne fanno una delle regioni più estese della nostra nazione, con i ben noti problemi evidenziati perfino da recenti ordini del giorno del consiglio regionale della CISL. Ma c’è un argomento che dovrebbe far ritirare immediatamente proposte (sempre se esistenti) di tal fatta: la Sardegna non solo è un’isola, “l’unica vera grande isola italiana”, ma è una Regione a Statuto speciale.

Questa specialità, sempre rivendicata dai nostri predecessori prima da Giannetto Lay, poi da Ugo Pirarba con la firma del patto di solidarietà con Marini sulla “specialità della Sardegna e del sindacato sardo” nel 1985, rafforzata da Antonio Uda, difesa da Mario Medde, Oriana Putzolu, Ignazio Ganga e Gavino Carta, solidi custodi di questa prerogativa, non può essere dimenticata e messa da parte, per ragioni incomprensibili e opache, neanche discusse alla base.

Una specialità, comunque sempre menzionata dalla segreteria regionale attuale e perfino da quella nazionale, che si vorrebbe sacrificare sull’altare di non si sa bene quali principi.

O anche qui si finge di non vedere la incoerenza tra declamazione e decisione?

Per quanto riguarda la perdita di iscritti, osservando i dati tra il 2019 e il 2024, anni dove tra l’altro siamo stati oppressi dal Covid, con cassa integrazione, licenziamenti, calo del PIL e aumento della precarietà del lavoro, non pare così rilevante.

Nel 2019 c’erano 141350 iscritti per poi passare a 137574 nel 2020, 136138 nel 2021, 135339 nel 2022, per poi recuperare nel 2023 fino a 136091 e nel 2024 arrivare a pareggiare quasi il numero del 2020 (iscritti da sito USR 137 558). La perdita di iscritti dal 2020 al 2024 è infinitesimale, dello 0,01%. Tornare ancora indietro ad anni precedenti sarebbe sbagliato e dimostrerebbe miopia politica, perché non si terrebbe conto degli stravolgimenti della società italiana.

Sulla solidità dei bilanci consolidati, poi, è difficile esprimersi visto che non è reperibile alcun dato.

Infine, ma non è questa la sede per approfondire, ci sono validissime ragioni per considerare queste ipotesi contrarie allo spirito e lettera dello Statuto che indica le Ust tra le strutture fondative della CISL.

Spero che questo ragionamento sia puramente teorico e che qualcuno non voglia trasformarlo in realtà. In questo caso sarebbe necessario un moto di orgoglio, per respingere progetti del genere, forse funzionali a qualcuno ma che non fanno del bene agli iscritti, ai lavoratori ed ai pensionati sardi.

Cagliari 9/3/2026

                                                                                   Fabrizio Carta

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